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GEAB n. 51: Crisi sistemica globale – 2011: L’anno impietoso all’incrocio di tre strade del caos mondiale

 

 

tratto da: Appello al popolo

trad. di G.P. per Conflittiestrategie


 

Questo numero 51 del GEAB celebra il quinto anniversario della pubblicazione del Global Europe Anticipation Bulletin.     Nel gennaio 2006, in occasione del GEAB N°1, il gruppo di LEAP/E2020 indicava che la fase da quattro a sette anni che si approssimava sarebbe stata caratterizzata “dalla caduta del muro del dollaro„, fenomeno simile a quello della caduta del muro di Berlino che negli anni successivi aveva trascinato al crollo il blocco comunista, quindi alla fine dell'URSS. Oggi, in questo GEAB N°51 che presenta trentadue previsioni per il 2011, riteniamo che l'anno a venire sarà un anno cerniera in questo processo, dispiegandosi dunque tra il 2010 ed il 2013. Sarà in ogni caso un anno impietoso poiché, infatti, segnerà l'entrata del mondo pre-crisi nella fase terminale(1).

Dal settembre 2008, momento in cui l'evidenza della natura globale e sistemica della crisi si è imposta a tutti, gli Stati Uniti, e dietro di loro i paesi occidentali, si sono accontentati di misure palliative che non hanno fatto altro che mascherare gli effetti erosivi della crisi sulle basi del sistema internazionale contemporaneo. Il 2011, secondo il nostro gruppo, segnerà il momento determinante allorché da una parte queste misure palliative vedono dissolversi il loro effetto anestetizzante mentre, al contrario, emergeranno brutamente in primo piano le conseguenze dello smembramento sistemico di questi ultimi anni (2). Riassumendo, il 2011 sarà segnato da una serie di chocs violenti che faranno esplodere le false protezioni realizzate dal 2008 (3) e che porteranno via “i pilastri„ sui quali riposa da decenni “il muro dollaro„. Solo i paesi, Comunità, organizzazioni ed individui che da tre anni hanno realmente tratto una lezione dalla crisi in corso, al fine di allontanarsi il più rapidamente possibile dai modelli, valori e comportamenti pre-crisi, attraverseranno indenni quest'anno; gli altri saranno trascinati nella processione di difficoltà monetarie, finanziarie, economiche, sociali e politiche che il 2011 riserverà. Così, poiché pensiamo che il 2011 sarà globalmente l'anno più caotico dal 2006, data dell'inizio dei nostri lavori sulla crisi, il nostro gruppo si è concentrato nella GEAB N°51 su 32 previsioni, che comportano anche numerose raccomandazioni per fare fronte agli chocs a venire. Si tratta di una sorta di mappa previsionale delle scosse finanziarie, monetarie, politiche, economiche e sociali per i prossimi dodici mesi quella che offre questo numero del GEAB. Se il nostro gruppo ritiene che il 2011 sarà l'anno più terribile dal 2006, data dell'inizio del nostro lavoro di previsione della crisi sistemica, è in quanto siamo all'incrocio delle tre strade del caos mondiale. Fallito il trattamento di fondo delle cause della crisi, dal 2008 il mondo non ha fatto che rinculare per saltare meglio.

Un sistema internazionale esangue

La prima strada che la crisi può prendere per generare un caos mondiale, è semplicemente uno choc violento ed imprevedibile. La rovina del sistema internazionale ormai è in stato così avanzato che la sua coesione è alla mercé di catastrofi di qualsiasi portata (4). Basta vedere l'incapacità della Comunità internazionale di aiutare efficacemente da un anno Haiti (5), gli Stati Uniti di ricostruire New Orleans da sei anni, l' ONU di regolare i problemi del Darfour e della Costa d' Avorio da un decennio, gli Stati Uniti di fare avanzare la pace nel Vicino-Oriente, la NATO di battere i taliban in Afganistan, il Consiglio di sicurezza di controllare le questioni coreane ed iraniane, l' Occidente di stabilizzare il Libano, il G20 di porre fine alla crisi mondiale finanziaria, alimentare, economica, sociale, monetaria,… per constatare che sull'insieme della gamma delle catastrofi climatiche ed umanitarie, come crisi economiche e sociali, il sistema internazionale è ormai impotente. In realtà, almeno dalla metà degli anni 2000, l'insieme dei grandi attori mondiali, ai primi posti dei quali si trovano naturalmente gli Stati Uniti e il suo corteggio di paesi occidentali, fa soltanto propaganda, gesticolazione. Nella realtà, non va più nulla: la pallina delle crisi gira e ciascuno trattiene il respiro affinché essa non cada nella sua casella. Ma gradualmente la moltiplicazione dei rischi e dei temi di crisi ha trasformato la roulette da casinò in roulette russa. Per LEAP/E2020, il mondo intero inizia a giocare alla roulette russa (6), o piuttosto alla sua versione 2011 “la roulette americana„, con cinque pallottole nel tamburo.

L' innalzamento dei prezzi delle materie prime (alimentari, energetici (7),…) ci ricorda il 2008 (8). E' infatti nel semestre che precedette il crollo di Lehman Brothers e di Wall Street che si è situato l'ultimo episodio di forti aumenti dei prezzi delle materie prime. E le cause attuali sono della stessa natura di quelle di ieri: una fuga dagli attivi finanziari e monetari a favore di sistemazioni “concrete„. Ieri i grandi operatori fuggivano i crediti ipotecari e tutto ciò che ne dipendeva come il dollaro US; oggi fuggono l'insieme dei valori finanziari ed i buoni del tesoro (C) ed altri debiti pubblici. Occorre dunque aspettarsi, tra la primavera 2011 e l'autunno 201,1 l'esplosione della bolla quadrupla dei buoni del tesoro, dei debiti pubblici (10), dei bilanci bancari (11) e del settore immobiliare (americano, cinese, britannico, spagnolo,… e commerciale (12)); tutto ciò si svolge sul fondo di guerra monetaria esacerbata (13). L' inflazione indotta dal Quantitative Easing americano, britannico e giapponese e le misure d'incentivazione degli stessi, degli europei e dei cinesi sarà uno dei fattori destabilizzanti del 2011 (14). Ci ritorneremo nei particolari in questo GEAB N°51. Ma, quel che è evidente osservando ciò che avviene in Tunisia (15), il contesto mondiale, in particolare l'aumento dei prezzi delle derrate e dell'energia, sfocerà d'ora in poi in chocs sociali e politici radicali (16). L' altra realtà che rivela il caso tunisino, è l'impotenza “dei padrini„ francesi, italiani o americani di impedire il crollo di “un regime-amico„ (17).

Impotenza dei principali attori geopolitici mondiali

E quest'impotenza dei principali attori geopolitici mondiali è l' altra strada che la crisi può utilizzare per generare un caos mondiale nel 2011. Infatti, si possono classificare le principali potenze del G20 in due gruppi tra cui il solo punto in comune è che non riescono ad influenzare gli eventi in modo decisivo. Da un lato c'è l' Occidente moribondo con, da una parte, gli Stati Uniti, di cui il 2011 dimostrerà che la sua leadership è solo un romanzo (vedere in questo GEAB N°51) e che essi tentano di solidificare tutto il sistema internazionale nella sua configurazione dell'inizio degli anni 2000 (18); e poi c'è l' Eurolandia, “sovrana„ in gestazione che principalmente è concentrata sul suo adattamento al suo nuovo ambiente (19) ed sul suo nuovo statuto d'entità geopolitica emergente (20), e che non ha dunque né la forza, né la visione necessaria per pesare sugli eventi mondiali (21). E dall'altro lato, si trovano i BRIC (con in particolare la Cina e la Russia) che si dimostrano incapaci per il momento di prendere il controllo completo o parziale del sistema internazionale e la cui sola azione si limita dunque a scalzare con discrezione ciò che resta della basi dell'ordine pre-crisi (22).

Alla fine, c' è pertanto un'impotenza che si generalizza (23) a livello della Comunità internazionale, che rafforza non soltanto il rischio di chocs principali, ma anche l'importanza delle conseguenze di questi chocs. Il mondo del 2008 è stato preso di sorpresa dallo choc violento della crisi, ma il sistema internazionale era paradossalmente meglio fornito per reagire poiché organizzato intorno ad un leader incontestato (24). Nel 2011, non sarà così: non soltanto non c'è un leader incontestato, ma il sistema è esangue come si è detto in precedenza. E la situazione è ancora peggiorata dal fatto che le società di un grande numero di paesi del pianeta sono sul precipizio della caduta socioeconomica.

Società sul precipizio della caduta socioeconomica

E' in particolare il caso di Stati Uniti ed Europa dove tre anni di crisi iniziano a pesare molto nella bilancia socioeconomica, e dunque politica. Le famiglie americane ormai insolventi per decine di milioni oscillano tra povertà subita (25) e collera anti-sistema. I cittadini europei, incastrati tra disoccupazione e smantellamento dello Stato-provvidenza (26), iniziano a rifiutare di pagare le aggiunte delle crisi finanziarie e di bilancio ed intraprendere la ricerca dei colpevoli (banche, euro, partiti politici di governo,…). Ma anche fra le potenze emergenti, la transizione violenta costituita dalla crisi, conduce tali società verso situazioni di rottura: in Cina, la necessità di controllare le bolle finanziarie in progressione confligge col desiderio d'arricchimento di settori interi della società come col bisogno di occupazione di decine di milioni di lavoratori precari; in Russia, la debolezza della rete sociale si adatta male all'arricchimento delle élite, come anche nell'Algeria agitata da sommosse. In Turchia, in Brasile, in India, ovunque la transizione rapida conosciuta da questi paesi determina sommosse, proteste, attentati. Per ragioni a volte paradossali, sviluppo per le une, impoverimento per le altre, un po' dovunque sul pianeta le nostre varie società abbordano il 2011 in un contesto di forti tensioni, di rotture socioeconomiche, trasformandosi polveriere politiche. E' la sua posizione all'incrocio di queste tre strade che fa del 2011 un anno impietoso. E impietoso lo sarà per gli Stati (e le Comunità locali) che hanno scelto non di trarre le difficili lezioni dai tre anni di crisi che sono seguiti e/o che si sono accontentati di cambiamenti cosmetici che non hanno modificato in nulla i loro squilibri fondamentali. Lo sarà anche per le imprese (e per gli Stati (27)) che hanno creduto che la schiarita del 2010 fosse il segno di un ritorno “alla normalità„ dell'economia mondiale. E infine lo sarà per gli investitori che non hanno capito che i valori di ieri (titoli, valute,….) non potevano essere quelle di domani (in ogni caso per molti anni). La Storia è generalmente una “buona figlia„. Dà spesso un colpo di ammonimento prima di spazzare il passato. Questa volta, ha dato il colpo di ammonimento nel 2008. Riteniamo che nel 2011, darà il colpo di spazzola. Solo gli attori che hanno intrapreso, forse laboriosamente, forse parzialmente, l'adattamento alle nuove condizioni generate dalla crisi potrà resistere; per gli altri il caos è la fine della strada.

Notes:

(1) Ou du monde tel qu'on le connaît depuis 1945 pour reprendre notre description de 2006.

(2) La récente décision du ministère du Travail américain d'étendre à cinq ans la mesure du chômage de longue durée dans les statistiques de l'emploi US, au lieu du maximum de deux ans jusqu'à maintenant, est un bon indicateur de l'entrée dans une étape nouvelle de la crise, une étape qui voit disparaître les « habitudes » du monde d'avant. D'ailleurs, le gouvernement américain cite « la montée sans précédent » du chômage de longue durée pour justifier cette décision. Source :

The Hill, 28/12/2010

(3) Ces mesures (monétaires, financières, économiques, budgétaires, stratégiques) sont désormais étroitement connectées. C'est pourquoi elles seront emportées dans une série de chocs successifs.

(4) Source :

The Independent, 13/01/2011

(5) C'est même pire puisque c'est l'aide internationale qui a apporté le choléra dans l'île, faisant des milliers de morts.

(6) D'ailleurs Timothy Geithner, le ministre américain des Finances, peu connu pour son imagination débordante, vient d'indiquer que « le gouvernement américain pouvait avoir à nouveau à faire des choses exceptionnelles », en référence au plan de sauvetage des banques de 2008. Source : MarketWatch, 13/01/2011

(7) D'ailleurs l'Inde et l'Iran sont en train de préparer un système d'échange « or contre pétrole » pour tenter d'éviter des ruptures d'approvisionnement. Source :

Times of India, 08/01/2011

(8) L'indice FAO des prix alimentaires vient de dépasser en Janvier 2011 (à 215) son précédent record de Mai 2008 (à 214).

(9) Les banques de Wall Street se débarrassent actuellement à très grande vitesse (sans équivalent depuis 2004) de leurs Bons du Trésor US. Leur explication officielle est « l'amélioration remarquable de l'économie US qui ne justifie plus de se réfugier sur les Bons du Trésor ». Bien entendu, vous êtes libres de les croire comme le fait le journaliste de

Bloomberg du 10/01/2011.

(10) Ainsi l'Euroland avance déjà à grand pas sur le chemin décrit dans le GEAB N°50 d'une décote en cas de refinancement des dettes d'un Etat-membre ; tandis que désormais les dettes japonaise et américaine s'apprêtent à entrer dans la tourmente. Sources :

Bloomberg, 07/01/2011 ; Telegraph, 05/01/2011

(11) Nous estimons que d'une manière générale les bilans des grandes banques mondiales contiennent au moins 50% d'actifs-fantômes dont l'année à venir va imposer une décote de 20% à 40% du fait du retour de la récession mondiale avec l'austérité, de la montée des défauts sur les prêts des ménages, des entreprises, des collectivités, des Etats, des guerres monétaires et de la reprise de la chute de l'immobilier. Les « stress-tests » américain, européen, chinois, japonais ou autres peuvent toujours continuer à tenter de rassurer les marchés avec des scénarios «

Bisounours » sauf que cette année c'est « Alien contre Predator » qui est au programme des banques. Source : Forbes, 12/01/2011

(12) Chacun de ces marchés immobiliers va encore fortement baisser en 2011 pour ceux qui ont déjà entamer leur chute ces dernières années, ou dans le cas chinois, va entamer son dégonflement brutal sur fond de ralentissement économique et de rigueur monétaire.

(13) L'économie japonaise est d'ailleurs l'une des premières victimes de cette guerre des monnaies, avec 76% des chefs d'entreprises des 110 grandes sociétés nippones sondées par Kyodo News se déclarant désormais pessimistes pour la croissance japonaise en 2011 suite à la hausse du Yen. Source :

JapanTimes, 04/01/2011

(14) Voici quelques exemples édifiants rassemblés par l'excellent John Rubino. Source :

DollarCollapse, 08/01/2011

(15) Pour rappel, dans le

GEAB N°48, du 15/10/2010, nous avions classé la Tunisie dans les « pays à risques importants » pour 2011.

(16) Nul doute d'ailleurs que l'exemple tunisien génère une salve de réévaluation parmi les agences de notation et les « experts en géopolitiques » qui, comme d'habitude, n'ont rien vu venir. Le cas tunisien illustre également le fait que ce sont désormais les pays satellites de l'Occident en général, et des Etats-Unis en particulier, qui sont sur le chemin des chocs de 2011 et des années à venir. Et il confirme ce que nous répétons régulièrement, une crise accélère tous les processus historiques. Le régime Ben Ali, vieux de vingt-trois ans, s'est effondré en quelques semaines. Quand l'obsolescence politique est là, tout bascule vite. Or c'est l'ensemble des régimes arabes pro-occidentaux qui est désormais obsolète à l'aune des évènements de Tunisie.

(17) Nul doute que cette paralysie des « parrains occidentaux » va être soigneusement analysée à Rabat, au Caire, à Djeddah et Amman par exemple.

(18) Configuration qui leur était la plus favorable puisque sans contrepoids à leur influence.

(19) Nous y revenons plus en détail dans ce numéro du GEAB, mais vu de Chine, on ne s'y trompe pas. Source :

Xinhua, 02/01/2011

(20) Petit à petit les Européens découvrent qu'ils sont dépendants d'autres centres de pouvoir que Washington. Pékin, Moscou, Brasilia, New Delhi, … entrent très lentement dans le paysage des partenaires essentiels. Source :

La Tribune, 05/01/2011 ; Libération, 24/12/2010 ; El Pais, 05/01/2011

(21) Toute l'énergie du Japon est concentrée sur sa tentative désespérée de résister à l'attraction chinoise. Quant aux autres pays occidentaux, ils ne sont pas en mesure d'influer significativement sur les tendances mondiales.

(22) La place du Dollar US dans le système mondial fait partie de ces derniers fondements que les BRIC érodent activement jour après jour.

(23) En matière de déficit, le cas américain est exemplaire. Au-delà du discours, tout continue comme avant la crise avec un déficit en gonflement exponentiel. Pourtant même le FMI tire désormais la sonnette d'alarme. Source :

Reuters, 08/01/2011

(24) D'ailleurs même le

Wall Street Journal du 12/01/2011, se faisant l'écho du Forum de Davos, s'inquiète de l'absence de coordination internationale, qui est en soi un risque majeur pour l'économie mondiale.

(25) Des millions d'Américains découvrent les banques alimentaires pour la première fois de leur vie, tandis qu'en Californie, comme dans de nombreux autres états, le système éducatif se désagrège rapidement. En Illinois, les études sur le déficit de l'Etat le comparent désormais au Titanic. 2010 bat le record des saisies immobilières. Sources :

Alternet, 27/12/2010 ; CNN, 08/01/2011 ; IGPA-Illinois, 01/2011 ; LADailyNews, 13/01/2011

(26) L'Irlande qui est face à une reconstruction pure et simple de son économie est un bon exemple de situations à venir. Mais même l'Allemagne, aux résultats économiques pourtant remarquables actuellement, n'échappe pas à cette évolution comme le montre la crise du financement des activités culturelles. Tandis qu'au Royaume-Uni, des millions de retraités voient leurs revenus amputés pour la troisième année consécutive. Sources :

Irish Times, 31/12/2010 ; Deutsche Welle, 03/01/2011 ; Telegraph, 13/01/2011

(27) A ce sujet, les dirigeants américains confirment qu'ils foncent tout droit dans le mur des dettes publiques, faute d'anticiper les difficultés. En effet la récente déclaration de Ben Bernanke, le patron de la FED, dans laquelle il affirme que la Fed n'aidera pas les Etats (30% de baisse des revenus fiscaux en 2009 d'après le

Washington Post du 05/01/2011) et les villes qui croulent sous les dettes, tout comme la décision du Congrès d'arrêter l'émission des « Build American Bonds » qui ont évité aux Etats de faire faillite ces deux dernières années, illustrent un aveuglement de Washington qui n'a d'équivalent que celui dont Washington a fait preuve en 2007/2008 face à la montée des conséquences de la crise des « subprimes ». Sources : Bloomberg, 07/01/2011 ; WashingtonBlog 13/01/2011

L’Europa che non c’é

 

 

Prelevato da: Indipedia

Per approfondimenti rimandiamo alla fonte: http://www.altrenotizie.org/component/content/frontpage.html

 

di Ilvio Pannullo

Sono tempi duri per l’Europa, schiacciata dai fallimenti economici e messa in crisi da masse sempre più disperate. Mentre Atene capitale della cultura classica, delle radici più profonde del pensiero occidentale, brucia per la rabbia e la frustrazione di un’intera generazione privata di un qualsiasi accettabile futuro, Dublino inizia a scendere in piazza gridando al golpe tecnocratico di banchieri e faccendieri. Inutile ripercorrere tutte le tappe che hanno oggi portato gli Stati sovrani d’Europa sotto lo schiaffo dei mercati.

Per riassumere basterà ricordare che quanto accade oggi è il frutto della socializzazione delle perdite, dei danni, delle spregiudicate alchimie finanziarie di avide società per azioni. Persone giuridiche, astrazioni in ultima istanza, che coprono con i loro marchi interessi di soggetti privati, persone fisiche, reali, esseri umani in carne ed ossa mossi unicamente dal profitto, dalla volontà di accumulare ricchezza e dunque potere. Se da una parte, però, in tempi di vacche grasse i guadagni vengono privatizzati, dall’altra, quando la ruota gira le perdite vengono sopportate dalle collettività.

La prima cosa su cui interrogarsi è se davvero fosse necessario colpire stipendi e pensioni – come i governi e i media hanno sostenuto e continueranno a sostenere – e ricorrere al meccanismo di salvataggio della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea con l’asfissia economica, politica e sociale che da esso deriva. Nel 1936, la Grecia rifiutò, pur riconoscendo l’esistenza dell’obbligazione, il pagamento del debito contratto con la banca belga Société Générale de Belgique. Il governo belga, allora, intentò causa innanzi alla Corte Internazionale della Società delle Nazioni contro la Grecia, accusando quest’ultima del mancato rispetto di un patto internazionale. Il Paese ellenico rispose che l’insolvenza era giustificata dal pericolo che il pagamento avrebbe significato per il popolo e lo Stato.

Nel promemoria, il Governo greco scrisse: ”Il governo di Grecia, preoccupato circa gli interessi vitali del popolo ellenico, dell’amministrazione, dell’economia, della salute pubblica e della sicurezza interna ed esterna del paese, non aveva altra scelta” che quella della ristrutturazione del debito contratto con la banca belga (Yearbook of the International Law Commission, 1980, v. II, parte I, p.25-26). Nel 1938, il Tribunale riconobbe le ragioni della Grecia, creando un precedente giuridico su cui, tra l’altro, si basò il governo argentino nel 2003.

Tutto questo successe nel 1936. È dunque inquietante che il Governo greco del 2010, dimentico della propria storia giuridica, sia riuscito a convincere la maggioranza dell’elettorato, circa l’ineluttabilità del ricorso al meccanismo di salvataggio. C’era un’alternativa, ma si è scelto di non prenderla in considerazione, di non discuterne neanche imponendo un processo di risanamento a tappe forzate. Una scelta che gronda lacrime e sangue.

Anche l’Irlanda ha subito la stessa indecente violenza. Scrive il Professore Robert E. Prasch, economista del Middlebury College, USA: “L’Irlanda poteva semplicemente dichiarare il fallimento, rinegoziare il suo debito e far capire ai suoi creditori che l’alternativa era prendere o lasciare un’offerta unilaterale del governo di Dublino. Ma il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea hanno intuito questa via d’uscita e hanno inserito nei termini per il “salvataggio” dell’Irlanda la pretesa che il suo governo si giocasse come garanzia per gli investitori i soldi del Fondo di Riserva delle Pensioni Nazionali Irlandesi … detto in parole povere, la sopravvivenza dei pensionati d’Irlanda sarà ostaggio di questo accordo.”

“Non deve sorprendere – continua il professor Prasch – venire a sapere che fra le condizioni del medesimo accordo di “salvataggio” dell’Irlanda ci siano dettagli inspiegabili come l’obbligo per le famiglie di dotare ogni casa di un contatore dell’acqua a unità separate, precondizione essenziale per la privatizzazione del servizio. O la riduzione dei già miseri stipendi minimi. Cos’hanno a che fare i contatori dell’acqua e gli stipendi minimi con le frodi bancarie, le deregulations, e la condotta folle del governo che hanno creato e nutrito questa crisi? Li hanno incastrati: il FMI, la UE e il governo di Dublino sono d’accordo che la via migliore è di smollare i rischi e i costi associati col salvataggio delle banche a coloro che non c’entrano nulla con quella frode e che ne hanno beneficiato zero.”

E ancora: “Gli appiopperanno più tasse e più alte, abbasseranno gli stipendi dei dipendenti pubblici, alzeranno le rette per gli studenti, crollerà l’assistenza ai poveri e ai disoccupati, saranno tagliati i benefici alle famiglie con bimbi piccoli, mentre saranno salvati i gruppi di ricchi, le corporations, quasi tutti i dirigenti di banca e gli speculatori stranieri.” Infine – prosegue Prash – senza dubbio i banchieri e i burocrati del Fondo Monetario Internazionale e della UE hanno colto nella crisi irlandese un’opportunità eccezionale: la possibilità di imporre agli irlandesi una politica economica decisa da un potere non eletto e fuori controllo, esattamente come sotto l’egemonia britannica dell’800”. Non si poteva scrivere meglio.

Lungi ora dal voler giocare a fare le cassandre, quello che qui interessa è iniziare a ragionare su come salvare il nostro continente da un simile futuro. Come trasformare l’attuale Unione Europea, già descritta come un gigante economico, un nano politico ed un verme militare, in qualcosa di nuovo e di migliore, magari prendendo le mosse da quell’idea di un’Europa federale antica e radicata nella cultura continentale. Si potrebbe citare Carlo Cattaneo e una sua frase che anticipò di un secolo la nostra cultura dell’Europa unita: “Avremo pace quando avremo gli Stati uniti d’Europa”. In realtà, anche se l’unità è ancora largamente imperfetta, quest’obiettivo è stato, almeno in parte, raggiunto nei paesi che sono andati formando l’Unione Europea e hanno goduto, per la prima volta nella storia, di cinquant’anni di pace.

La tradizione europeista e federale trova le sue radici in tempi antichissimi, in un secolare itinerario di trattative snervanti fra i governi, fatto di frustrazioni e sconfitte, con gli infiniti compromessi che ha dovuto accettare chi ha spesso dedicato la vita alla costruzione di un’Europa veramente unita. Cos’è mancato? Cosa manca ancora oggi? Probabilmente i popoli europei, di cui giustamente tanti parlano, ma che anche oggi appaiono come i grandi assenti, per mancanza di una vera consapevolezza circa il loro comune orizzonte politico, economico e sociale.

È cominciato nel secolo passato, ed è continuato nel presente, un processo di grande trasformazione della civiltà europea. Ma un’altra Europa, con questa nuova identità, non sembra ancora esistere, incapace – com’è oggi – di costruire un futuro grande Stato federale, in grado di far fronte alle emergenti potenze demografiche ed economiche, come l’India e la Cina, che si stanno sviluppando ciascuna con oltre 1 miliardo di abitanti, o di far fronte alle potenze storiche come gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russia.

È questa un’esigenza drammatica ed urgente di cui i governi dei 27 stati della cosiddetta Unione europea non si occupano. È dunque arrivato il momento di far rivivere un movimento federalista europeo, perché proprio oggi, proprio ora è il momento di mobilitare i popoli per salvare l’Europa e con essa la propria storia, la propria cultura, i propri usi e costumi.

Il voto negativo dei popoli francese (maggio 2005) e olandese (giugno 2005), espresso nei referendum consultivi sul progetto di una Costituzione per l’Europea, e del popolo irlandese al trattato di Lisbona (giugno 2008), seppur modificato nel secondo referendum (ottobre 2009), nasce da un problema di contenuti e finalità del progetto europeo, oltre che di metodo. È infatti necessario ridefinire la ragion d’essere dell’Unione europea, il fine ultimo di cui l’integrazione europea, l’Unione Economica e Monetaria, la difesa dei valori di libertà e democrazia non sono altro che i mezzi.

Per tornare a vedere il sole sui cieli d’Europa, il manifesto Per un’Europa libera e unita, conosciuto anche come “manifesto di Ventotene”, di oltre cinquant’anni fa, può essere il primo passo per l’ispirazione, con la sua forte denuncia della “crisi dello Stato nazionale”, della “attualità della lotta per la federazione europea”, della “priorità della federazione europea” rispetto a qualsiasi altro obiettivo politico, dello “spostamento sul piano europeo della linea di divisione tra forze di progresso e forze della conservazione”, della “creazione di un nuovo soggetto politico per dirigere la lotta per la federazione europea” unitamente alla rivendicazione di “un’assemblea costituente europea” come strumento per costruire un potere democratico europeo.

Non c’è più tempo e la drammaticità della crisi economica accelererà la presa di coscienza di quanti oggi per le strade di tutto il continente sfogano la loro rabbia contro i fantocci del potere. Quella politica incapace di vedere, capire e dunque risolvere i problemi. Toccherà evitare le trappole, saper identificare, ad esempio, quella “strategia della tensione” che dal 1969 al 1984 distrusse in Italia tutto quanto di buono l’autoconsapevolezza e l’autodeterminazione delle masse aveva, a fatica, sapientemente costruito.

Non dobbiamo né possiamo commettere nuovamente gli stessi errori del passato. Urge dunque un nuovo metodo: non chiudere le proprie analisi in alcuno schema, confrontarsi creativamente con la realtà nella sua evoluzione, ispirarsi tenacemente a idealità non passeggere come quelle dell’unità e del comune senso dell’Europa, per risollevarsi da ogni inevitabile sconfitta. Urge un’indomabile volontà d’azione che sia d’ispirazione per tutti coloro che operano per l’avanzamento del processo di integrazione europea, con gli occhi fissi al futuro.

Il decennio dei "nuovi poveri" europei

 

Prelevato da: Voci dalla strada

Nel Regno Unito gli aggiustamenti alla spesa pubblica creeranno quasi un milione di poveri prima del 2015; nella periferia europea potrebbe essere anche peggio.

di Andy Robinson

La Vanguardia


Le bolle del decennio 2000-2009 in Europa dettero vita ai nuovi ricchi di due ville e una BMW X3. Adesso, due anni senza crescita, una disoccupazione elevata che comincia ad essere ormai di lunga durata ed i primi tagli al sistema della protezione sociale stanno dando vita a un nuovo essere paradigmatico del nuovo decennio della crisi economica : il “nuovo povero”.

E’ meno ostentato  dell’archetipo del decennio prodigioso ma si vedeva ad ogni fermata di un percorso invernale per l’Europa dell’austerità. Uomini dallo sguardo svogliato che chiedevano l’elemosina natalizia nel pub Philharmonic a Liverpool a pochi metri dai fiammanti appartamenti vuoti costruiti in un attacco di euforia per l’anno della capitale della cultura europea. “Penny, centesimi di euro; mi  va bene tutto”. Lavoratori in sciopero nella sala d’attesa della stazione ferroviaria a Lisbona, addormentati in posizioni agonizzanti. Adolescenti dai visi pallidi negli uffici di collocamento a Dublino ad un passo delle statue scheletriche di bronzo del Famine Memorial, tributo alle vittime della fame del 1840 e alla conseguente emigrazione di massa. Donne ecuadoriane cercando nei bidoni della spazzatura davanti al Carrefour di un quartiere centrico di Madrid cercano avanzi di cibo.

Anche se è difficile quantificare l’impatto che avrà il doppio colpo della recessione e dell’austerità fiscale negli strati più vulnerabili dei paesi europei più colpiti dalla crisi, principalmente la periferia della zona euro- Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna-, il Regno Unito e i paesi dell’Est. “I dati comparabili della povertà non ci aiutano perché risalgono al 2007, il picco del boom”, dice Cristos Papatheodoruo, economista esperto in povertà dell’Università di Atene. “Ma non è molto difficile dedurre quello che sta accadendo: quello che differenzia un paese con un alto tasso di povertà da un altro è la capacità dei sistemi di protezione sociale.

Fino ad oggi nella martoriata periferia europea, nessun istituto economico ha potuto o ha voluto realizzare una stima quantitativa dell’impatto dei tagli sulla povertà. Ma nel Regno Unito, l’Istituto Degli Studi Fiscali (IFS) e la Fondazione Rowntree hanno pubblicato questa settimana i risultati di un’importante analisi del mega- aggiustamento del bilancio adottato dal governo di David Cameron che pretende di ridurre il deficit britannico del 10% del PIL fino al 2% entro il 2015. Sono devastanti ed hanno delle implicazioni preoccupanti per i paesi come la Spagna che cominciano ad adottare politiche simili.

IFS e Rowntree prevedono che i tagli ai sistemi di protezione sociale per un valore di circa 9.000 milioni di euro finiranno per creare quasi un milione di nuovi poveri nei prossimi 4 anni.

Il primo impatto della crisi saranno 400.000 single senza figli che si sommeranno alle file della povertà assoluta (con entrate minori al 60% delle entrate medie adeguate per l’inflazione) nel 2011.

Sono i primi “nuovi poveri” britannici. I bambini sono protetti inizialmente grazie ad un credito d'imposta per famiglie con bambini, eredità del governo precedente. Ma dopo i tagli di Cameron e Nick Clegg saranno colpite anche le famiglie. Un insieme di misure-  riduzioni di assegni per i figli, tagli al sostegno dei redditi per i lavoratori poveri, meno aiuti per gli affitti, tagli ai contributi per i disabili, aumento dell’IVA, aumento delle quotazioni delle assicurazioni sociali- finiranno per aumentare di 300.000 bambini le file della povertà tra il 2012 ed il 2014. Nel 2014, 900.000 persone in più saranno incorporate alla povertà.

A Liverpool dove il 42% della popolazione ormai si qualifica come privata dello stipendio necessario, uno su tre lavoratori, appartiene al settore pubblico. Quindi, i piani draconiani per eliminare 600.000 impiegati pubblici nei prossimi quattro anni, probabilmente aggraverà l’aumento della povertà. E in un inverno con temperature artiche, dove  perfino il mare si è congelato, cresce la preoccupazione per la cosiddetta fuel poverty (povertà del combustibile)- gente che spende più del 10% delle sue entrate solo per riscaldare la casa. Secondo un nuovo studio, ci saranno sette milioni di poveri per combustibile nel 2016 nel Regno Unito, un paese nel quale- secondo quanto ha commentato un ambientalista, George Monbiot nel suo blog Monbiot.com – sempre più persone anziane muoiono di freddo ogni anno rispetto alle percentuali della Siberia.

L’Inghilterra sembra essere specialmente dickensiana durante queste feste natalizie. Ma non è l’unico paese che adotta misure di austerità degne di Ebeneezer Scrooge, il cattivo protagonista di Villancico del Natale. E dato che gli aggiustamenti sono già in moto nella periferia della zona euro queste condividono molto con quelle britanniche ed è logico pensare che l’impatto sulla povertà può essere altrettanto devastante come quello che pronostica l' IFS.  Dopo tutto, il piano di austerità di Cameron fu qualificato  da Josè Barroso come “la giusta medicina necessaria” , Barroso è il presidente portoghese della Commissione Europea.

In Irlanda, ad esempio, sappiamo che l’indicatore di povertà misurata in termini di reddito, più un indicatore di privazione materiale- la frequenza di mangiare carne o pesce, riscaldamento, capacità di restituire i prestiti- è salito di uno spaventoso 25% tra il 2008 ed il 2009 dopo i primi tagli irlandesi con lo scopo di ridurre il deficit dal 9,4% al 3% del PIL nel 2014. Adesso- tra un’altra serie di tagli brutali, condizione del “riscatto” del FMI e dell’UE- l’Irlanda già sembra destinata al ritorno al futuro della sua storia di povertà e sofferenza. “Non abbiamo dati per replicare all’analisi dell’IFS britannico ma ci sono già molti indizi aneddotici; aumenti incredibili di persone a cui viene tagliata la luce o che si reca ai centri di distribuzione di alimenti”, dice Sinead Pentony, economista del think tank dublinese TASC. La decisione di ridurre di un 12% il salario minimo inciderà sulla povertà nonostante che questo con i suoi 7,60 euro all’ora sia quello più alto rispetto ad altri paesi periferici. “Abbiamo i prezzi alimentari più alti dell’UE, i più alti per gli asili nidi ed hanno aumentato l’IVA”, dice Pentony. E adesso ritorna l’abitudine più irlandese di tutte: “La gente se ne va via in massa, principalmente verso l’Australia”, aggiunge. Da aprile, si calcola che circa 100.000 irlandesi sono emigrati.

In Portogallo- con uno stipendio minimo di 470 euro al mese, solo 50 al di sopra della soglia di povertà- gli ultimi aumenti dell’IVA e requisiti più esigenti per accedere a servizi anti povertà aumenteranno il numero di lavoratori poveri, secondo quanto calcola Isabel Baptista del Centro di studi per la Ricerca Sociale a Lisbona. “E’ chiaro che non basta avere un lavoro per evitare la povertà”, dice. Allo stesso modo, l’esaurimento degli assegni per disoccupazione in un paese con un 10% di disoccupati aumenterà le file dei poveri senza lavoro” Anche se non ci sono dati molto concreti, ci sono abbondanti indizi storici, un aumento del 30 o del 40% di gente che ricorre agli aiuti alimentari”, dice Baptista. “Nel 2011, avremo 200.000 disoccupati senza protezione sociale” dice Amenio Carlos, dirigente del sindacato portoghese CGPT. In Grecia, da parte sua, i draconiani ritagli degli stipendi e del lavoro nel settore pubblico e privato stanno minando la capacità tradizionale della famiglia greca di ammortizzare le crisi economiche. “I capo famiglia perdono potere d’acquisto e questo in molti casi condanna la famiglia alla povertà”, dice Papthedorou.

Pubblicato da Alba kan.

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